Sembra quasi banale, dire che il cinema orientale (aggettivo inteso in senso ampio), specialmente negli ultimi anni e nel genere horror, si è contraddistinto per una maggiore originalità nei soggetti e nello sfruttamento delle idee, rispetto alla controparte occidentale, in particolare americana.
E di certo non manca di originalità il film di cui ci apprestiamo a parlare: Uzumaki (2000), di Higuchinsky (vero nome: Akihiro Higuchi). Tratto da un manga di Junji Ito (qui informazioni, in inglese, sul fumetto), narra di una tranquilla cittadina giapponese, Kurôzu-cho, che viene a poco a poco, ma inesorabilmente, colpita e sconvolta dall’ossessione dei suoi abitanti per le spirali.
Morbo che si manifesta nelle maniere più strane, provocando incidenti, suicidi, strane apparizioni e visioni, in un vortice (gioco di parole non premeditato) di follia che si sviluppa, senza soluzione di continuità, per tutti e quattro gli “atti” in cui la pellicola è divisa.
Grandangoli a iosa, un montaggio nervoso, che incasella inquadrature espressionistiche e colori saturi; una regia che alterna pause contemplative ad accelerazioni vertiginose, riuscendo a costruirsi attorno a una forma geometrica con apprezzabilissima coerenza. Per un’opera certamente da sconsigliare a chi gode della linearità. Allucinato.
Scena da ricordare: ragazzi-lumaca che scalano la parete esterna di una scuola.
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